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Titolo su Repubblica del 21 maggio: "Tentano di rapire una bambina, bloccati due rom".
Ma allora è un vizio. Catania dopo Ponticelli! E poi sono proprio scarsi questi Rom: con tutte le volte che tentano di rapire un bambino, mai una volta che ci siano riusciti.

Una ricerca ben documentata pubblicata su http://www.carmillaonline.com/archives/2007/12/002467.html ci spiega che di minori “rubati” dagli zingari non c’è nessuna traccia negli archivi giudiziari. Che incapaci! Chiedessero ad Anonima sarda e ‘Ndrangheta calabrese. Quelli sì che sono professionisti nel settore…

Kilgore


permalink| creato da kilgore | inviato il 21/5/2008 alle 11:11

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 Segnalo:

http://www.corriere.it/esteri/08_maggio_19/ministra_difesa_spagnola_partorisce_f3aa34fc-25c2-11dd-9a1d-00144f486ba6.shtml

Non trapela tanto maschilismo? In fondo dice che le donne in maternità non possono rispettare gli impegni presi, e se lo fanno mancano di rispetto al nascituro.
Se poi una donna manca un impegno istituzionale perché deve partorire, non va bene.
Se invece a mancare l’impegno è un uomo? Magari per una prostata, un trapianto di capelli, un'ernia del disco....  Eppure non ho letto tanta attenzione, tanto rammarico in questo tipo di casi...

Manuela


permalink| creato da kilgore | inviato il 20/5/2008 alle 21:53

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 Abbiamo un problema con la morte. Ce l’abbiamo noi occidentali. Basta vedere quello che esce su libri e giornali. La morte fa notizia e questo non è certo una novità. Ma non fa solo notizia la morte di qualcuno noto, o una morte violenta. E’ degna delle prime pagine dei giornali la morte in quanto tale. Soprattutto se preceduta da lunga malattia, di solito il tumore. Ma attenzione: non quella di tutti. E’ esperienza comune, ahimè, annoverare tra amici e parenti qualcuno malato di tumore, qualcuno che ne è guarito, qualcun altro no.  Quello che colpisce la nostra attenzione è il fatto che in un numero sempre crescente di casi, la “persona nota” sente l’esigenza di mettere in pubblico la propria esperienza, scrivendo libri, articoli, film, come se fosse un fatto unico ed eccezionale. Sia ben chiaro giornalisti, artisti, registi, scrittori hanno sempre parlato di malattia e morte nelle loro opere, ma il raccontare il prima persona la propria esperienza personale, senza il filtro della creazione artistica, è cosa ben diversa.

Uno dei primi fu Nanni Moretti, in “Caro Diario” con il racconto filmato del suo tumore, dalla diagnosi alla guarigione con tanto di filmato “vero” di una seduta chemioterpaica del regista. Poi, più recentemente, l’esposizione pubblica di Tiziano Terzani e, infine, un libro, quello di Corrado Sannucci, del quale abbiamo letto un’anticipazione su Repubblica del 22 aprile scorso (“A parte il cancro tutto bene”).

Fuori da ogni vis polemica (non è il caso su certi argomenti), resta però un senso di sconcerto, una dissonanza, che diventano espliciti in due domande. 1) Perché uno pensa che la propria esperienza, così profonda, umana, e per questo stesso comune, vada raccontata così, senza veli, in prima persona, addirittura immessa sul mercato culturale? Perché, anziché il pudore, il sentirsi di nuovo “comune mortale”, nasce invece questa necessità di raccontare, di “tirare fuori”?
2) Perché i lettori, gli spettatori, “la gente” è così interessata a questo tipo di esperienze? Perché questi libri, queste opere vanno a ruba? Perché il buon Tiziano Terzani diventa personaggio degno della massima attenzione quando svela la sua malattia, mentre prima, quando pure diceva e scriveva cose giustissime, in pochi lo conoscevano e consideravano?

La morte e la malattia danno il marchio di autenticità a quello che uno dice, scrive, pensa. “Ho letto il libro di quel tizio, sai quello che ha il cancro…”, come se uno in quella condizione avesse più cose da dire, più interessanti, più vere. Come se, anno più o anno meno, non fossimo tutti nella stessa condizione di “condannati a morte”. Solo che noi, gli altri, i “sani” ci percepiamo come immortali e guardiamo con curiosità ed emozione ai “poveri sfortunati” ai quali tocca morire. Scatta poi un meccanismo da Grande Fratello. Le emozioni delle persone sono diventate merce che pesa sul mercato mediatico e, come l’oro, più sono autentiche e più hanno valore. Vuoi mettere, per un giornale, poter raccontare una “storia di cancro” scritta da uno che ce l’ha per davvero e che la sa pure raccontare bene?
Spesso il livello culturale di chi racconta queste proprie esperienza, come quello dei suoi lettori, è più elevato di quello di chi guarda i reality o legge i giornali di gossip, ma la curiosità un po’ morbosa dello stile “anche i ricchi piangono” è simile.

D’altra parte anche quando si parla di costume e di leggerezze la morte incombe. Su La Stampa del 29 aprile nelle pagine di costume una bella inchiestino leggera con domande a qualche vip “Che cosa vorresti mangiare nella tua ultima cena prima di morire? Dove e con chi?”. Anche per parlare di puro piacere e di effimero, non basta citare “la cena dei tuoi sogni”, occorre fare ricorso all’escamotage narrativo di nostra “sorella morte” per gettare una luce di assoluto sul tutto.
La merce emozione rischia di mangiarsi tutto e se si vende bene la storia del proprio tumore, non altrettanto accade per la storia dei tumori di tutti, che sono in costante e continuo aumento. Sarà quello che mangiamo, sarà l’inquinamento delle falde acquifere e dell’aria, il buco dell’ozono, sarà una ricerca scientifica che investe più nel trovare farmaci da vendere che in prevenzione, ma su tutto questo, a scrivere, raccontare e parlare, restano i soliti 4 catastrofisti…

Kilgore

permalink| creato da kilgore | inviato il 4/5/2008 alle 23:33

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Donne e potere, un binomio quasi più forte che donne e motori. Un binomio che, secondo il direttore de La Stampa, occupa costantemente i pensieri dei lettori di quotidiani. Deve essere il motivo per cui sulla prima pagina di sabato 19 aprile appare con grandissimo rilievo la foto di Silvio Berlusconi che “mitraglia” la giornalista russa, colpevole di una curiosità gossippara su una presunta amante di Putin. Ma non basta. I lettori vogliono di più. E per una par condicio in versione “guerra fredda” accanto alla foto “La storia”, ovvero le rivelazioni di un consigliere di John Kennedy su una love story tra JFK e Audrey Hapburn, con tanto di fotografia formato francobollo del viso dell’attrice in versione “Colazione da Tiffany”.

“Due piccioni con una fava - avrà pensato Giulio Anselmi (il direttore de La Stampa ragiona per proverbi, o almeno pare…) - Un po’ di esteri in prima pagina, per non essere provinciali, e un po’ di sano pettegolezzo popolare, per non fare gli snob”. Il risultato è che su 5 pagine dedicate all’estero, una è interamente occupata dalla “lieson” Kennedy – Hapburn. Un articolone con belle foto (l’argomento si presta) che non deve avere richiesto molto sforzo al corrispondente da New York Maurizio Molinari dato che si basa interamente su un pezzo del New York Daily News che pubblica alcune anticipazioni del libro del consigliere di Kennedy. D’altra parte un’altra mezza pagina di esteri, sempre su La Stampa, ci porta una notizia destinata a mutare gli equilibri geopolitici di tutto il Medio Oriente: nella città iraniana di Tabriz i Guardiani della Rivoluzione hanno vietato di giocare a biliardo. Questo si devono “beccare” i lettori de La Stampa che vorrebbero invece sapere che cosa è successo nel mondo…

Se torniamo poi al “nostro” mitragliere, non si sa se ridere o piangere. Tutto è così grottesco: l’incontro nella villa in Sardegna, Putin che non dovrebbe più comandare, ma comanda lo stesso, le discussioni a tavola (“Ti do Alitalia e Kakà per il tuo amico del Chelsea, e tu mi fornisci gas e l’usufrutto gratuito di tutte le ragazze dei night di Mosca”), la serata con quelli del Bagaglino… E grottesca persino la domanda incriminata sulla vita sessuale dell’ex Kgb. Come se Putin non avesse altri scheletri nell’armadio. Il problema è che quando si va a sbirciare dentro quegli armadi la mitragliata arriva davvero. A proposito: nessuno dei coraggiosi giornalisti italiani ha colto l’occasione per chiedere al simpatico russo notizie di una collega? Tale Anna Politkoskaia. Pare che non facesse inchieste tra le lenzuola, ma si occupasse di Cecenia, magistrati corrotti, privatizzazioni di società russe, potere politico ("La Russia di Putin" è un suo libro del 2005).
Chi le ha sparato, non ha fatto il gesto con le dita…

Kilgore


permalink| creato da kilgore | inviato il 20/4/2008 alle 11:18

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 TG1 del 9 aprile 2008, quello delle 20,00, quello di Gianni Riotta. Quello importante. Alle 20,27, deve essere una regola, scatta il "servizio di costume". E vabbè, chissenefrega: nuove mode, nuovi consumi, nuovi aggeggi elettronici, un locale alla moda.

Questa volta tocca alla chirurgia estetica maschile. Quanti maschietti a rifarsi naso, bocca, pancia, capelli, borse sotto gli occhi! E poi la gggente per la strada. Uomini che "bhe..forse ...qualche cm di altezza in più" "magari i capelli.." oppure "no no! troppa paura!", "dal chirurgo estetico, mai! Mi piaccio così!". Infine l'esperto, il chirurgo plastico in persona, il demiurgo benevolo ammicca ammmiccante: "Eh! gli uomini, vengono qui con la scusa di accompagnare la moglie e poi....". Massì! devono campare anche loro, e che sarà mai uno spot in prima serata, nel TG di maggior ascolto! 
 
Stupidi noi a scandalizzarci, trattasi solo di un altro, piccolissimo tassello nella creazione di un sentire comune collettivo che cerca in tv "il vero" e ritrova, soddisfatto, un finto travestito da vero. Fa appena un po' specie che questo finto lo ritrovi nel TG della televisione pubblica, quello che "dà le notizie". Anche riconoscere il meccanismo, indignarsi sembra demodé, fuori luogo, moralista. Parole come "servizio pubblico", "serietà", "informazione dignitosa" suonano già bolse. E' Studio Aperto il tg che davvero racconta il nostro tempo, gli altri, a copiare. Che tristezza.

Kilgore

permalink| creato da kilgore | inviato il 10/4/2008 alle 9:18

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